CITTA’ FRAGILE – Bagnoli si, Bagnoli no, storia di una incompiuta all’italiana

Dalla rubrica Città fragile a cura di Massimo Pollice

Correva l’anno 2005, quando, da giovane ingegnere entrai nella palazzina direzionale di Bagnoli per essere assunto e per affrontare una sfida che sarebbe durata dieci interi anni.

Era aprile ed i profumi primaverili bucavano l’aria e, partendo da una natura che stava lentamente riconquistando la zona si diffondevano fluenti dall’area ex Italsider invadendo le zone circostanti, a parziale ristoro di quando l’Italsider invadeva Bagnoli con fumi e polveri.

Ovunque vi erano “rottami” alcuni dei quali erano a considerarsi, da soli, elementi di archeologia industriale.

Ricordo nell’androne della palazzina direzionale, la cd. Basis, dei cuscinetti a sfera alti come un bambino di 8 anni, lucidi e scintillanti, a ricordare il passato industriale indelebile nella coscienza di intere generazioni, tanto da divenire musica di Edoardo Bennato, che dedicò alla zona una canzone: “vendo bagnoli con l ciminiere”.

Mi accoglie in portineria uno strano tipo dalle movenze improbabili, che si qualifica come l’ultimo ingegnere assunto all’Italsider e che mai avrei pensato potesse aver messo la matita su un foglio da disegno.

Là inizia l’avventura che mi ha portato a seguire la progettazione e la realizzazione di opere di notevole importanza. Sono stato Responsabile del Procedimento della Porta del Parco, unica opera terminata e collaudata nell’area, responsabile di tutto il costruendo sistema infrastrutturale di Bagnoli-Coroglio, invece fermo ed incompiuto, ed ancora, commissioni di gara, progettazioni e tanto, tantissimo lavoro.

Oggi speriamo che si riprendano realmente le operazioni, dopo oltre sette anni di fermo, quasi totale, con lo Stato che, nel mentre, ha finto di occuparsi di una zona che, di fatto, era tornata nell’abbandono.

Rileggo sulla stampa il riproporsi di idee (molte vecchie e bisunte); quello che mi stupisce è continuare a sentir parlare di rimozione della colmata e bonifica dei fondali.

La rimozione della colmata è un feticcio ideologico che dovrebbe sacrificare oltre un centinaio di milioni di euro (inutilmente) sulla scorta di un articolo di Legge (stupido e scritto da ignoranti in materia) che parla di ripristino della “originale linea di costa”; orbene, con una notevole esperienza in ingegneria marittima, che proviene sin dai tempi della mia tesi di laurea; mi sto ancora interrogando su quale sia “l’originale linea di costa”; quasi come se il legislatore volesse tornare ai tempi del Cretaceo, quando l’Italia era distaccata dai continenti.

La colmata va messa in sicurezza, richiudendo i veleni in un sarcofago di c.a. che renderebbe i residui veleni non pericolosi per la salute umana, operazione che viene definita tecnicamente “tombamento”.

La bonifica a mare è altro aspetto delicatissimo, in quanto la movimentazione dei sedimenti in zona di frangimento corre il rischio di rimettere in sospensione inquinanti ormai depositati da decenni, per la qualcosa se fatta, va eseguita con dragaggi e con tutte le opere di sicurezza necessarie, e solo in alcuni periodi dell’anno, ossia quando i frangenti non potranno trasportare gli inquinanti ovunque nella baia, con il rischio di diffondere l’inquinamento invece di eliminarlo.

La domanda è: ne vale la pena? O è meglio lasciare alla natura  il tempo di rimediare ai danni fatti dall’uomo, da esperto, attendo gli studi di trasporto solido, sulle correnti (legate al moto ondoso o no) ed i nuovi risultati delle analisi chimiche sui sedimenti.

Il mio sincero augurio di buon lavoro va ai due sub commissari: Dino Falconio e Filippo de Rossi, due professionisti di enorme levatura e notevole valore.

Li conosco bene entrambi e posso dire che la scelta è indovinata; a loro il mio consiglio di avere il coraggio di fare scelte innovative e senza paura, perché in caso contrario, Bagoli logora chi la ha.

Massimo Pollice[1]

Ingegnere esperto di Infrastrutture ed Ambiente

[1] L’autore è stato responsabile infrastrutture di Bagnoli dal 2007 al 2015

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