Chi sono gli hikikomori, in aumento anche in Italia

di Francesco Caputi

 

“Il fenomeno degli hikikomori è destinato ad aumentare e a cronicizzarsi. Quando riapriranno le scuole molti non torneranno sui banchi, altri non usciranno nemmeno quando la pandemia lo permetterà”. Ad affermarlo lo psicologo e fondatore di Hikikomori Italia Marco Crepaldi, a febbraio dell’anno scorso. Il fenomeno, infatti, secondo molti studiosi, starebbe aumentando rapidamente anche nel nostro Paese.

Ma, prima di tutto, chi sono gli hikikomori? “Hikikomori”, termine giapponese che significa “stare in disparte”, indica quei giovani che decidono di ritirarsi dalla vita sociale e dalle attività scolastiche o lavorative per vivere in isolamento nella propria stanza, spesso passando il tempo su Internet. E’ un fenomeno nato in Giappone (secondo il Japan Times, il fenomeno riguarderebbe più di un milione di giapponesi), individuato negli anni Ottanta e considerato un grave problema sociale del Paese dagli anni 2000, ma, negli ultimi tempi, soprattutto con la pandemia, si sta diffondendo anche in altri Paesi, fra cui il nostro. Sono ancora pochi, però, gli studi sugli hikikomori. Secondo alcune stime, in Italia il fenomeno riguarderebbe circa 100mila ragazzi, ma il numero potrebbe essere ancora più alto e molti casi potrebbero essere scambiati per semplice timidezza, a causa, appunto, della scarsa consapevolezza del fenomeno, abbastanza recente.

Le cause del fenomeno

Oltre allo psicologo Marco Crepaldi, a lanciare l’allarme sugli hikikomori anche Matteo Zanon, psicoterapeuta referente del progetto Sakidō della cooperativa L’Aquilone di Sesto Calende. “Il Covid – ha spiegato Zanon in un’intervista al Corriere della Sera – ha incrementato questo fenomeno”. Tre le motivazioni “più evidenti” dietro la decisione di auto-isolarsi “la fatica che fanno i giovani a reggere il confronto con la società di oggi”, dove “i social contribuiscono ad enfatizzare il giudizio degli altri” e dove “gli standard ideali proposti sono quelli del successo e dei soldi e se si è fuori da questi standard si è diversi”. Anche Marco Crepaldi spiega che “l’hikikomori prova una solitudine non fisica ma psicologica: una condizione soggettiva dell’individuo che consiste nel non sentirsi riconosciuto dagli altri, apprezzato e benvoluto nella propria versione autentica, ovvero senza maschere o comportamenti dissimulati”.

Gli hikikomori, infatti, secondo quanto si legge sul sito dell’associazione Hikikomori Italia, “sono ragazzi spesso intelligenti, ma anche particolarmente sensibili e inibiti socialmente. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell’affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva”. A volte, fra le varie cause, alcuni indicano anche la dipendenza da Internet. Tuttavia, quest’ultima sarebbe in realtà una conseguenza dell’auto-isolamento, non la causa.

Le differenze fra gli hikikomori giapponesi e quelli italiani

Il fenomeno nasce in Giappone, ma è bene mettere in evidenza le differenze, non da poco, che esistono tra gli hikikomori giapponesi e quelli italiani. Prima di tutto vi è una differenza di età: in Giappone, gli hikikomori sono prevalentemente giovani fra i 20 e i 29 anni, che hanno quindi appena iniziato l’università o il lavoro. Inoltre, in Giappone, il fenomeno nasce principalmente per motivi culturali: la società giapponese, infatti, è estremamente competitiva e intollerante del fallimento. Questa competitività pesa molto soprattutto sui giovani benestanti e con un alto grado di scolarizzazione, e infatti, in Giappone, la maggior parte degli hikikomori appartiene a famiglie molto avvantaggiate economicamente. Le altissime aspettative e la forte pressione sociale spingono questi ragazzi all’auto-isolamento e sono fra le cause dello sviluppo di disturbi mentali. L’estrema competitività della società giapponese è anche alla base dell’alto tasso di suicidi di giovani nel Paese.

In Italia, invece, gli hikikomori sono prevalentemente ragazzi che frequentano le medie e le superiori. Addirittura, l’età si starebbe abbassando sempre di più, e riguarderebbe anche i bambini delle elementari.

Le terapie per uscire dall’isolamento

Cosa si può fare per aiutare questi ragazzi a uscire dall’isolamento? Secondo Zanon, un buon rapporto genitori-figli è fondamentale: “Ascoltate i vostri figli, seguite quello che fanno, sosteneteli, infondetegli sicurezza. Se loro si chiudono in stanza a giocare ai videogiochi, provate a giocare con loro, fatevi raccontare quello che sono”.  “Oltre agli interventi di psicoterapia – prosegue lo psicoterapeuta – spesso anche a domicilio visto che i giovani sono chiusi nelle loro stanze, il progetto Sakidō promuove laboratori di esperienze a partire dagli interessi dei ragazzi una volta che la fase acuta del ritiro è superata”. Per esempio, laboratori in cui i ragazzi imparano a fare un podcast o a costruire un computer. Zanon spiega che, questi incontri, vengono organizzati di mattina “per ridare una forma alla giornata”, dal momento che, l’auto-isolamento prolungato degli hikikomori, spesso stravolge il ritmo sonno-veglia e gli stimoli della fame.

E queste terapie hanno spesso successo. Una ragazza uscita da questa condizione racconta al Corriere della Sera le sue speranze per il futuro: “Adesso sogno di lavorare nel mondo dell’animazione – racconta – Ho già cominciato un’esperienza in tal senso e spero che un giorno il mio nome comparirà nei titoli di coda di un cartone animato”.

Qualcuno, a causa della scarsa conoscenza del fenomeno, potrebbe considerare quella dell’ “emergenza hikikomori” un’esagerazione o addirittura stigmatizzare questi giovani. Il fondatore di Hikikomori Italia Marco Crepaldi risponde: “Quello che dico sempre è di non fermarsi alle apparenze, ma di aprire la mente per comprendere quale sfida esistenziale sono chiamati a vivere i giovani d’oggi”. Insomma, secondo Crepaldi, gli hikikomori devono essere compresi. Ci troveremmo, infatti, di fronte a una delle tante problematiche della società contemporanea, con i suoi ritmi sempre più frenetici e, come afferma Crepaldi, “iper-competitiva, fondata
sull’apparenza e il successo personale”.

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