Cancel culture: una minaccia alla libertà di espressione

di Francesco Caputi

 

La polemica sorta qualche giorno fa dall’articolo scritto da due giornaliste americane sul SfGate riguardo al “bacio non consensuale” in Biancaneve ha riportato al centro della discussione il politicamente corretto e la cancel culture. Ma il caso di Biancaneve è solo la punta dell’iceberg di questi fenomeni.

Lungi dall’essere un’ “invenzione delle destre estreme” o dall’essere un’esagerazione, come affermano alcuni, la cancel culture è un fenomeno concreto, da tempo al centro del dibattito americano e che, recentemente, è arrivato anche in Italia. I primi nel nostro Paese ad aver fatto conoscenza di questo fenomeno sono stati soprattutto i giovani, che sono i più esposti ai social e, in generale, alle tendenze americane.

Precisamente, cos’è la cancel culture? La cancel culture è la tendenza ad esporre alla gogna mediatica personaggi famosi sospettati, spesso a torto, di essere “razzisti” o “omofobi”, a giudicare la storia con gli occhi di oggi, pretendendo di cancellare e distruggere ciò che sarebbe ritenuto inaccettabile secondo gli standard odierni (il caso della statua di Churchill durante le manifestazioni anti-razziste è un chiaro esempio) e a mostrare un’eccessiva ultra-sensibilità anche di fronte ad offese o a critiche lievi e facilmente gestibili.

A causa della cancel culture, soprattutto nei Paesi anglosassoni, giornalisti, attori e scrittori, per qualche post vagamente offensivo scritto su Twitter magari 10 anni fa, quando ancora non c’era questa sensibilità su certi temi, si vedono la carriera e la propria immagine rovinate. O, addirittura, si scatenano nei loro confronti campagne di boicottaggio per aver espresso liberamente la propria opinione, senza alcun intento offensivo.

Il caso di Dan-el Padilla Peralta: il professore che vuole cancellare i classici

A perdere il lavoro a causa della cancel culture, fra i tanti, vi è la studiosa Mary Frances Williams. La Williams, durante la conferenza annuale della Society for Classical Studies, ha protestato contro le tesi di Dan-el Padilla Peralta. Secondo Peralta, professore di origini dominicane che insegna a Princeton, il suprematismo bianco avrebbe avuto origine dalla cultura classica e il campo di studi delle materie classiche sarebbe dominato dai “bianchi”. Per questo motivo, Peralta sostiene che lo studio dei classici debba essere abbattuto e che non debbano essere più pubblicati opere di autori bianchi sulla civiltà classica.

Tesi assurde, folli, che hanno ovviamente indignato la Williams. La studiosa ha argomentato che “è importante difendere lo studio dei classici e promuoverlo come la base politica, letteraria, storica, filosofica, retorica e artistica della civiltà occidentale e della storia, tradizione, cultura e religione occidentali”. “[La civiltà classica] ci ha dato – ha spiegato Williams – il concetto di libertà, uguaglianza e democrazia, che dovremmo insegnare e promuovere. Non dobbiamo scusarci per il nostro campo”.

A tali argomentazioni, Peralta ha semplicemente risposto: “Spero che questo campo muoia, e che muoia il più presto possibile”.

Per le sue proteste, la Williams, come spiega nel suo articolo, è stata accusata di essere “razzista”.

Cornel West si ribella: “Martin Luther King leggeva Socrate”

Non solo Mary Frances Williams. In prima linea ad opporsi a questa deriva del politicamente corretto e alla guerra della cancel culture ai classici anche l’intellettuale afro-americano Cornel West, di certo non tacciabile di “razzismo”. “Dopo aver imparato a leggere mentre era in schavitù, Frederick Douglas – scrive West sul Washington Post – iniziò il suo grande percorso di emancipazione nella sua mente. Opponendosi a leggi ingiuste, egli leggeva in segreto”. “Douglas – prosegue West – rischiava derisione, abusi, pestaggi e persino la morte per studiare Socrate, Catone e Cicerone”. Ancora, l’intellettuale scrive nel suo articolo che Martin Luther King “menziona Socrate per tre volte nella sua Lettera dalla prigione di Birminghan del 1963”.

Nonostante questo, “oggi, una delle più grandi istituzioni nere d’America, la Howard University, sminuisce la luce di saggezza e di verità che ha ispirato Douglas, King e altri innumerevoli combattenti per la libertà”.

La lettera contro la cancel culture

Il fenomeno, come si evince da questo caso, è preoccupante, e mette a rischio la libertà di espressione, fondamentale per ogni democrazia liberale.

Alcuni episodi avvenuti durante le proteste antirazziste di quest’estate hanno messo in allarme intellettuali, giornalisti, scrittori ed opinionisti. Episodi quali l’abbattimento di statue o la richiesta di abbattere statue, la polemica contro “Via col Vento” e contro i vecchi cartoni animati della Disney. Persino la figura di Lincoln, colui che definì la schiavitù una “mostruosa ingiustizia”, è caduta vittima della cancel culture.

Fatti del genere hanno spinto oltre 150 personaggi del giornalismo e del mondo della cultura a firmare una “lettera contro la cancel culture”. Fra i vari firmatari vi sono Amis, J.K. Rowling, Margaret Atwood, Salman Rushdie, David Brooks, Anne Applebaum, George Packer, Noam Chomsky, Francis Fukuyama, e la storica attivista femminista Gloria Steinem.

“Le nostre istituzioni culturali sono sotto processo – si legge nella lettera – Le grandi proteste contro il razzismo e per la giustizia sociale stanno portando avanti sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme a più ampie rivendicazioni per maggiori equità e inclusività nella nostra società, compresa l’università, il giornalismo, la filantropia e le arti. Ma questa necessaria presa di coscienza ha anche intensificato una nuova serie di atteggiamenti moralisti e impegni politici che tendono a indebolire il dibattito pubblico e la tolleranza per le differenze, a favore del conformismo ideologico. Mentre ci rallegriamo per il primo sviluppo, ci pronunciamo contro il secondo”. Quindi, le battaglie contro le discriminazioni sono sacrosante, ma negli ultimi tempi, nonostante queste battaglie fossero partite con buone intenzioni, hanno subito gradualmente una piega estremista, intollerante e pericolosa per la libertà.

“Non bisogna permettere – prosegue la lettera – che la resistenza [al razzismo] si irrigidisca intorno a un suo tipo di dogmatismo e coercizione, che i populisti di destra stanno già sfruttando. L’inclusione democratica che vogliamo si può raggiungere solo denunciando il clima intollerante che si è creato da entrambe le parti.

Lo scambio libero di informazioni e idee, la linfa vitale di una società liberale, viene soffocato ogni giorno di più. Se abbiamo imparato ad aspettarcelo dalla destra radicale, la tendenza alla censura si sta diffondendo anche nella nostra cultura: un’intolleranza per le opinioni diverse, l’abitudine alla gogna pubblica e all’ostracismo, e la tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una vincolante certezza morale”.

“Ci sono stati redattori licenziati per aver pubblicato articoli controversi, libri ritirati perché non abbastanza ‘autentici’; giornalisti a cui è stato vietato scrivere di certi temi; professori che subiscono indagini per aver citato certe opere letterarie a lezione; ricercatori licenziati per aver condiviso uno studio accademico pubblicato su una ricerca scientifica; dirigenti e manager fatti fuori per quelli che a volte sono solo goffi errori.

Qualunque siano le circostanze di ciascun caso, il risultato è che i limiti di quello che si può dire senza timore di ritorsioni si sono assottigliati. Stiamo già pagandone il prezzo, in termini di minore propensione al rischio tra gli scrittori, gli artisti e i giornalisti che sono preoccupati di perdere il lavoro se si allontanano dal consenso generale, o anche solo se non dimostrano sufficiente entusiasmo nel dirsi d’accordo”.

“Come scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che lasci spazio alla sperimentazione, all’assunzione di rischi, e anche agli errori. Dobbiamo preservare la possibilità di essere in disaccordo in buona fede, senza timore di catastrofiche conseguenze professionali. Se non difendiamo quello da cui dipende il nostro lavoro, non possiamo aspettarci che lo faccia il pubblico o lo stato”.

La cancel culture in Italia

Anche in Italia, da poco, è entrato nel dibattito politico e culturale il tema della cancel culture. Anche nel nostro Paese sono sorte preoccupazioni riguardanti la libertà di espressione e il timore di una deriva fanatica di alcune battaglie sociali e civili. Ecco cosa dicono alcuni personaggi del mondo del giornalismo e della cultura italiani.

Mentana: “La cancel culture ricorda i roghi dei libri del nazismo”

Il direttore di La7 Enrico Mentana, ieri, ha espresso sui social preoccupazione per la cancel culture. “Bisogna avere il coraggio di dirlo: per molti aspetti la cancel culture ricorda i roghi dei libri del nazismo”, scrive Mentana sui social.

Molte sono state le critiche nei commenti. L’accusa più comune era quella di “diffusione di fake news”. Secondo alcuni, infatti, la cancel culture non esisterebbe affatto!

A queste accuse, il direttore di La7 ha risposto in questo modo: “Vedo molti commenti di asini i quali credono che la cancel culture nasca con la boiata del bacio a Biancaneve, o che sia un’invenzione giornalistica. Siete i terrapiattisti della cultura”.

“La cancel culture, che studio da tempo – scrive Mentana in un altro commento – è disconoscimento della storia e sua patetica riscrittura in chiave edificante”.

Barbero: “Una battaglia a vuoto”

Duro sulla cancel culture anche lo storico Alessandro Barbero. “Una battaglia a vuoto, assurda. Una forma di razzismo”, così la definisce lo storico in un’intervista al Fatto Quotidiano. Esprimendosi sull’episodio della statua di Churchill, Barbero sottolinea l’importanza della contestualizzazione. “Tutti erano razzisti, e quasi tutti schiavisti. Socrate aveva degli schiavi, e quanto ai greci, hanno inventato loro il concetto di ‘barbaro’. Il fatto che una persona del passato avesse opinioni che ai suoi tempi erano ovvie e a noi non piacciono, non può autorizzare ad abbattere le sue statue”.

Prendersela con il passato “è un modo per disperdere energie, è una battaglia a vuoto, assurda, che rischia di esasperare la controparte”.

Secondo Barbero, inoltre, la cancel culture è “anche una forma di razzismo: sotto le intenzioni di chi dice ‘oggi abbiamo certi valori, Churchill non li aveva, Colombo non li aveva, via le loro statue’, si celi la voglia della civiltà occidentale di dire ‘noi siamo migliori degli altri, noi dobbiamo portare la civiltà e imporla alle altre civiltà e a quella gente strana che viveva nel passato. Chi sono questi stronzi che nel passato si permettevano di avere valori diversi dai nostri? Cancelliamoli’. Non voglio dire che stiamo sullo stesso solco di quelli che sbarcavano in Australia e cancellavano gli aborigeni, ma l’istinto inconscio è quello”.

Il politicamente corretto, spiega ancora lo storico, è “un esempio di come le buone intenzioni possano produrre effetti perversi. Uguaglianza e condanna del razzismo vanno difesi da chiunque li minacci. Ma il fatto che ci fosse gente nel passato che non condivideva quei valori non è una minaccia. Lo diventa se noi abbiamo paura. Cosa rischiamo? Rischiamo se la buttiamo giù. Finché la statua di Colombo c’è, ci sarà qualcuno che pensa sia un grande uomo che ha conquistato l’America, e tanti che pensano che ha fatto qualcosa di grande senza immaginare che avrebbe provocato una tragedia. C’è molto da imparare in questo. Se invece la togliamo è finita”.

Michele Serra: “Perdita della misura”

Michele Serra, in un articolo de la Repubblica intitolato “Attenti alla nuova Inquisizione”, definisce la cancel culture “una smania purificatrice che puzza molto di nuova Inquisizione” e una “perdita della misura”. Scrive Serra:

“Gli esempi di perdita della misura, purtroppo, sono tanti: #MeToo nasce come sacrosanta ‘messa in chiaro’ delle molestie e degli abusi”. “Ma ha generato (anche) una specie di ‘pialla’ moralista che nel tentativo di rimuovere dalla vita sessuale presente e passata ogni asperità, ogni ambiguità, ogni nodo, ha inchiodato non solamente stupratori e molestatori, ma anche persone che hanno perso lavoro e reputazione sulla base di dicerie, testimonianze sospette, recriminazioni trattate come veri e propri capi di imputazione”.

Serra afferma inoltre che uno dei principali problemi della cancel culture e del politicamente corretto è la “sostenibilità dell’offesa”. “Ci sono offese insostenibili – scrive – ma altre (molte, per fortuna) che sono gestibili”. Il problema, però, spiega Serra, è che oggi “la capacità di gestire l’offesa è ridotta ai minimi termini. La suscettibilità è altissima. Ci si dispera e ci si indigna per traumi che gli esseri umani sono sempre stati capaci di affrontare e superare, e improvvisamente sembrano diventati inguaribili. Il rischio, evidente, è fare di ogni erba un fascio. Lo stupro e la parola di troppo non sono la stessa cosa, così come, nella storia del razzismo, Mein Kampf e la sceneggiatura di Dumbo non hanno lo stesso peso”.

“La storia – conclude – esattamente come la vita, non è un tappeto che si può riavvolgere. È accaduta, completa di orrori, persecuzioni, razzismo, maschilismo. L’idea di cancellarne le tracce, soprattutto quelle minime come i luoghi comuni ‘di genere’ o ‘di razza’ di cui pullulano libri, film, memoria iconografica, monumenti ecc., è poco dialettica, poco colta, poco ragionevole, in ultima analisi poco utile a restituire umanità a noi stessi”.

In conclusione

A causa della cancel culture e del politicamente corretto, si avverte sempre di più un’atmosfera pesante. Il dibattito su certi temi è sempre meno libero, sembra non essere più consentito il pensiero differente da quello politicamente corretto. Il rischio di essere accusati a torto di “razzismo” o di “omofobia” è dietro l’angolo; al minimo accenno di dissenso intere orde di seguaci della cancel culture sono pronti ad attaccarti sui social.

Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma la cancel culture potrebbe essere definita una forma di “totalitarismo soft”. Esso pretende non solo di controllare la società, ma di trasformarla radicalmente, impedendo il libero pensiero, il dibattito politico, cambiando persino il linguaggio e di creare una nuova forma di conformismo culturale. E’ grave che tutto questo stia avvenendo nelle democrazie liberali occidentali.

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